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venerdì, 07 aprile 2006

- What if -
Racconto dal futuro di un passato a noi posteriore.

Quel giorno io c'ero, l'11 aprile 2006. La sinistra aveva vinto con elezioni democratiche, con un margine abbastanza ampio da assicurare una certa stabilità di governo. C'ero a Roma, per manifestare la mia presenza dissidente in caso di un fallimento, o per festeggiare in caso di vittoria. Ed era questo il caso. Tutto sommato ci pareva che fosse alfine giunta una ventata di libertà, anche per chi come noi era profondamente critico verso la coalizione d'appartenenza. Non importava, era l'11 aprile e Silvio era pronto a sloggiare, alzare i tacchi, fare le valigie, lui e i suoi amici indagati che per 5 anni ci avevano indegnamente governati, vale a dire insultati, più o meno direttamente.
Faceva caldo a Roma, ma la sensazione di star camminando sulla Storia non se ne andava comunque, è la sensazione che sempre accompagna il viaggiatore accorto per le vie della Città Eterna. Dopo un pomeriggio di cauti festeggiamenti, andammo placidamente a dormire in ostello, intenzionati a ripartire il giorno dopo. E invece.

E invece il giorno dopo ci svegliammo nel silenzio più assoluto. Impossibile. Silenzio e Roma sono concetti opposti.
Un ultimo giro per le vie della città prima di tornare in stazione. Il clima non pareva festante, il silenzio era innaturale, le persone per le strade non avevano sguardi sereni, non guardavano davanti a loro ma in basso. Qualcuno ghignava malignamente. Non che qualcuno di noi ci capisse qualcosa. Poi, svoltato un angolo, vidi.
Montecitorio aveva una collana di omini di blu vestiti corredati dalle loro auto, e moto, e armi, e sguardi truci. Una folla tutto attorno, come una mezzaluna in attesa. Stasi e silenzio.
E poi Silvio che si sporgeva dalla finestra con un sorriso di un bianco impossibile. Scroscio d'applausi e urla.
Il porco ci aveva fottuti tutti.

C'ero quel giorno in cui iniziò l'occupazione della Camera da parte dell'ex-maggioranza, ormai maggioranza assoluta autoimposta. C'eravamo tutti. E fu in quel giorno che decisi che due esami alla fine della laurea non avevano alcuna importanza, e che non ne aveva nessuna la laurea, e farsi una casa, e trovare un lavoro. E fu in un attimo che decisi di non tornare a casa nè quel giorno nè quello successivo, e molti restarono con me a organizzare la resistenza.
Molti li trovammo nel capoluogo, venuti per caso o di proposito. Uno sparuto gruppo, ma deciso e affiatato abbastanza per combinare qualcosa di buono. Mandammo i meno convinti a Strasburgo e a Bruxelles, con grandissimi cartelloni che recavano le scritte: "Liberateci. Free us. Libérez nous.". La Comunità Europea li guardava con l'occhio protettivo e gentile di un Manzoni, ma con la compassione di chi dica: "Ragazzi, che ci possiamo fare? Non vorrete mica che noi si intervenga con un esercito. E poi, che esercito? Sì, diremo a quel birbone di Silvio di smetterla di bighellonare, ma più di così...".
Abbiamo visto i nostri appelli cadere nel vuoto, abbiamo visto gente solidale con noi, gente impaurita, gente inneggiante al ritorno dei grandi miti, non più della romanità, ma del dio denaro.
Abbiamo fatto dei vicoli e delle case dismesse i nostri quartieri generali, e abbiamo iniziato ad autoaddestrarci alla guerriglia urbana. Iniziammo a cercare di infiltrare qualcuno nell'esercito, qualcuno che fomentasse la rivolta da dentro, qualcuno che facesse sorgere dei dubbi ai militari. Poco ci fu da fare.
Passarono mesi, ed era giugno, nel resto d'Italia tutto era fermo, come incollato dal caldo afoso. Nessun cenno di rivolta. Dopo i primi tempi di battaglia dura per la città, decidemmo di non sprecare inutilmente tempo e uomini. Era a lui che bisognava mirare. Addestrammo cecchini, qualche buon'anima fece finta di non riconoscerci quando andavamo a comprare armi.

Iniziarono i lunghi giorni degli appostamenti, della ricerca del luogo esatto. A Montecitorio nessuna nuova. Nessun dissenso interno, nessun cessare al continuo via-vai degli elicotteri, nessun mutamento nell'eterna schiera di militari a guardia di porte e cancelli. Nessun cambiamento nel popolo italiano, vieppiù asservito alla dittatura mediatica, finzioni così realistiche da superare la realtà stessa, da far dimenticare che non si trattava più di dittatura virtuale ma effettiva.
Ma capitò un giorno, e capitò a me, di trovare un appartamento sfitto, un anfratto di realtà dimenticato dalla storia, davanti alla Camera. Un appartamento in cui mi appostai per giorni, senza contatti con l'esterno, quasi senza mangiare e bere e dormire, indossando eternamente i guanti, non lasciando quasi mai il mio fucile di precisione.
E capitò a me di veder passare il Cavaliere davanti a una finestra, in un secondo che fu un millennio, in un attimo infinitesimale in cui ebbi tutto il tempo di considerare tutti i fattori, e l'eccezionalità dell'evento, e di decidere: mirare, mirare bene, sparare.

Fu così che la dittatura d'Italia si spappolò alla fine di settembre, e aveva la forma di un cervello ridotto a schizzi di sangue e materia molliccia sul muro. Lo realizzai subito, e subito capii che qualcuno aveva visto il luogo di provenienza dello sparo: fuggire.
Mi precipitai fuori dall'appartamento lasciando il fucile privo di impront e portando con me tutti i miei averi, eternamente raccolti in uno zaino, sempre pronti alla sparizione. Corsi giù dalle scale ed erano stati più veloci di quanto immaginassi: corsi con tutta la forza che mi rimaneva, con il fiato rotto dalle migliaia di sigarette dell'attesa nella stanza. Mi erano dietro.

Corsi per vie sempre più strette, fino allo sfinimento, fino a quando svoltai in un vicolo quasi invisibile, e mi aggrappai a un citofono con l'ultima disperazione dell'impiccato che si aggrappa alla corda, apritemi per dio, apritemi se avete cuore, aprite!
L'impaccio della padrona di casa aprì la porta, mi fece entrare. "Signora lei mi ha salvato la vita!". La tv era accesa su canale 5. In diretta la notizia della morte del Premier. Ancora così lo chiamavano. "E' morto. E' morto. E' morto.", salmodiava con voce cupa il bambino seduto sul divano.

"E' morto sì, cazzo! E' morto! L'ho ucciso finalmente! La vita di un dittatore è sempre..."

Poi ricordo solo l'espressione truce e addolorata della signora, e lo sparo alle mie spalle.

ponderato da: Leanan_Sidhe alle ore 16:15 | Permalink | commenti (6)
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